Creativity Papers blog
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martedì 14 giugno 2011

2012 l'anno del grande cambiamento

Una visione obiettiva




di Alessandro Sasso

Anno 2012. Quali sono le menzogne pubblicitarie che si nascondono dietro questa sequenza di quattro cifre, eletta a spauracchio dell’ultimo decennio da numerose trasmissioni pseudo-scientifiche? E’ giustificabile, per tale data, il timore della fine del mondo? Numerose volte nel corso della storia questa paura ha influenzato l’opinione globale; questa volta è supportata da basi scientifiche?
Prima di rispondere a queste domande, è doveroso partire dalla descrizione dell’allineamento che rende importante il 2012 nel contesto astronomico della nostra Galassia; si tratta una circostanza così notevole secondo popolazioni antiche come i Maya e i Vedica, da essere stata collocata alla fine dei loro calendari millenari.
Per comprendere la vera natura di quest’evento tanto atteso, è utile fare riferimenti a semplici nozioni astronomiche.
Osservato dalla Terra, il Sole si muove descrivendo una linea immaginaria, chiamata eclittica, che corrisponde alla proiezione in cielo del piano su cui giace l'orbita della Terra. Le costellazioni che si posizionano a cavallo dell'eclittica furono raccolte sin dall’antichità in un insieme chiamato 'zodiaco', che associava ad ogni costellazione un diverso significato astrologico. Nel corso della storia ci si accorse, tuttavia, che il periodo di visibilità durante l’anno di queste costellazioni mutava leggermente col passare dei secoli: ciò avveniva a causa del moto di precessione dell'asse terrestre, che ruota di circa un grado ogni 72 anni.
Così, ogni certo numero di secoli cambia la costellazione visibile in corrispondenza del sorgere del Sole, nel giorno dell'equinozio di primavera. Ciò determina la fine di un'era astrologica e l'inizio della successiva: il 2012 corrisponde alla fine dell’Era dei Pesci, che è durata all’incirca 2150 anni, e all’inizio dell’Era dell’Acquario. La fine dell’Era dei Pesci coincide, nel calendario Maya, con la conclusione dell’Era dell’Oro, quinta di un ciclo di cinque ere, iniziata nel 3144 a.C. e destinata a durare fino al 21 dicembre 2012.



Così come dal 2012 in poi nell'equinozio di primavera il Sole sorgerà nella costellazione dell’Acquario, il giorno del solstizio d'inverno dello stesso anno il Sole nascerà nella costellazione del Sagittario, dove gli scienziati hanno individuato da tempo il centro della Galassia. Il 21 dicembre il Sole risulterà così allineato con il buco nero super-massiccio attorno a cui girano tutti i miliardi di stelle della via Lattea, da centinaia di milioni di anni.
A quest’insolita congiunzione astrale si aggiungeranno, secondo alcuni scienziati, altre circostanze astrofisiche, che già da ora stanno scatenando la fantasia comune: si tratta della previsione, risalente al 2007, di un’intensissima attività solare che inizierà all’incirca nello stesso periodo dell’allineamento. Queste fasi di iperattività stellare, chiamate 'Cicli', corrispondono solitamente a fenomeni di espulsione di massa della corona che, se direzionati verso la Terra, danno luogo a tempeste geomagnetiche, disturbi temporanei nella magnetosfera che si manifestano in modo spettacolare: sono le famose aurore polari.
Nonostante i calcoli svolti dagli scienziati nel 2009, che hanno smentito quelli del 2007 e rimandato il 24° Ciclo Solare al mese di maggio del 2013, alcune trasmissioni televisive hanno collegato ugualmente lo scenario in questione alle profezie sul 21 dicembre 2012, ipotizzando addirittura la possibilità che un picco di attività della nostra stella possa causare un’inversione dei poli magnetici terrestri, con conseguenze disastrose per la nostra società. Una di queste ripercussioni potrebbe essere l’indebolimento della stessa magnetosfera, che smetterebbe di proteggere la Terra dalle tempeste solari, determinando la fine del mondo. Quest’ipotesi, di scarso fondamento scientifico, è stata stroncata da numerosi personaggi di spicco del settore: l’inversione dei poli magnetici terrestri – fenomeno avvenuto già numerose volte nel corso dell’esistenza della Terra - si verifica necessariamente in migliaia di anni, e non lascia mai il pianeta “sguarnito” di un campo magnetico adeguato. Risulta dunque riconosciuta una delle principali bufale che costituiscono l’alone di “Apocalisse” attorno all’anno 2012.
Allo stroncamento delle buffonate pseudo-scientifiche delle tempeste solari si associa lo sfatamento della 'profezia apocalittica' che secondo alcune trasmissioni sarebbe stata formulata dagli antichi Maya. "Collegare il 21 dicembre 2012 alla fine del mondo o al giorno di un grande giudizio è una completa invenzione e una possibilità per molte persone di fare profitto", conferma Sandra Noble, direttrice della Fondazione per il Progresso degli Studi Mesoamericani, in Florida. "La fine di un ciclo del calendario era infatti vista dal popolo Maya semplicemente come occasione di grandi celebrazioni per festeggiare l'ingresso nella nuova era."
Il passaggio da un ciclo ad un altro sembra essere inteso dunque solo come un cambiamento simbolico; paragonabile, in un certo senso, all’attraversamento del confine immaginario che divide un paese dall’altro.

giovedì 9 giugno 2011

Rinnovare l'Energia

Il nucleare non è indispensabile



di Giovanni Pili

Proviamo ad immaginare un mondo dove ogni singola famiglia, DICO, gruppo di amici e quant'altro siano in grado di produrre energie da immettere in tutta la rete della comunità, racimolando così un sussidio da parte delle aziende produttrici tradizionali. Proviamo ad immaginare un mondo dove piante come la Canapa Indiana1 possano essere utilizzate come combustibili per le auto, fibre analoghe a quella di carbonio, medicine, e tanta allegria.

Un mondo pensato attorno alla filosofia del pire to pire, dove si produce per la comunità reale e la comunità progredisce per innalzare la dignità umana, non il PIL. Questo mondo è pensabile, oltre che possibile. I motivi per cui si preferisce investire ancora sul fossile – oggi in particolar modo sul nucleare – sono gli stessi per cui ieri si investiva sul petrolio e l'altro ieri sul colonialismo più becero. Le ragioni dello sviluppo e del profitto. Si tratta di un modo di vedere la realtà vecchio e suicida. Ormai abbiamo gli anni contati. Non lo dice una setta di millenaristi, lo dice la scienza. Scusate se è poco.

Stando al rapporto della British Petroleum, dei 139.000 miliardi di Kw/h giornalieri che consumiamo, l'88% circa proviene dal fossile (carbone, gas, uranio, ecc.). I paesi industrializzati che rappresentano il 25% della domanda mondiale, consumano i 3/4 delle riserve mondiali. Di questo passo ai livelli attuali si raggiungerebbe l'esaurimento dei giacimenti. Le scorte di petrolio sono in esaurimento entro i prossimi cinquant'anni; quelle del gas entro i prossimi sessantuno anni; quelle di carbone entro i prossimi ottant'anni.

Il problema è che non esiste solo l'occidente. La domanda ormai si sta allargando in Asia con le nuove potenze industriali, come la Russia, la Cina e l'India. Per non parlare, poi, del Sud America che già progetta un'unione monetaria, sulla falsa riga dell'Unione Europea. In questo modo si prevede una triplicazione dei consumi che portano a stime più ridotte di quelle elencate precedentemente. Entro diciassette anni quelle del petrolio, entro venti quelle di gas e ventotto anni quelle di carbone.

Il Prof. Luciano Burderi, docente di astrofisica delle alte energie all'Università di Cagliari, fornisce una stima aggiornata, considerando la crescita media del PIL e quella delle riserve fossili: il petrolio si esaurirà entro trentuno anni, il gas entro i trentaquattro anni e il carbone entro trentasei anni. I prezzi non diminuiscono, ma crescono stabilmente, segno che il picco sta per essere raggiunto. Il nucleare non è una risposta. Equivale a nascondere la polvere sotto il tappeto.



Tanto per cominciare l'automobile a uranio non esiste. Nemmeno stabilimenti industriali convertibili al nucleare. Esistono, invece, i primi prototipi di auto elettriche e si studiando i motori a idrogeno2. Non sono in grado di farci vincere il gran premio di formula uno, ma almeno non rischiamo di creare una catastrofe nucleare ad ogni ingorgo stradale. Il problema non è "radiazioni o scorie," le centrali di 4^ generazione infatti rilasciano ogni anno un numero di scorie molto basso e sono sicure. Certamente questa è una regola che vale in teoria, la pratica non è perfetta come una formula matematica. Pensiamo, dunque, ai problemi di salute degli operai nelle centrali francesi, o l’ultimo disastro in Giappone, in cui sono saltate fuori diverse scorrettezze. E’ legittimo chiedersi che cosa succederebbe in un paese come l’Italia, in cui si diluisce il cemento e si lucra riempiendo di spazzatura un’intera città. Il problema, in generale, è che le centrali non sono una soluzione, ma un ulteriore politica della 'polvere sotto il tappeto'. Un palliativo che non tiene conto del problema di conversione di tutto l'apparato industriale al nucleare, una politica che sotto-sotto, ancora spera e sogna nei fantomatici 'giacimenti petroliferi nascosti'. Senza contare che affideremmo ad una sola risorsa tutto il fabbisogno energetico; portandola inevitabilmente all'esaurimento.

Il Prof. Luciano Burderi ha paragonato il consumo giornaliero di combustibili fossili ad una megalopoli i cui grattaceli sono fatti di fusti di combustibile... CONSUMO GIORNALIERO!
Per farci un'idea della quantità di CO2 prodotto durante una combustione dobbiamo immaginare un recipiente della superficie pari a quella della Sardegna, alto 1Km. "Attenzione alle bufale di Stato" ammonisce il Prof. Burderi, "i conti non sono opinabili, sono ovvi come 2+2=4", in riferimento ai procrastinatori di cui si è parlato. Poi Burderi avverte: "il ritmo con cui bruciamo è aumentato di sette volte"... SETTE VOLTE LA MEGALOPOLI USATA COME ESEMPIO!
La fonte inesauribile di energia ce l'abbiamo sopra le nostre teste, è pulita e non ci farà morire asfissiati da questo immenso volume di scorie quotidiane. Nel 'Sistema Terra' il Sole fornisce un'energia 30mila miliardi di volte più alta del consumo attuale. Grazie ai suoi processi nucleari questa energia durerà ancora per 5miliardi di anni. Dovrebbero bastarci. Di tutta questa energia, la terra ne intercetta una minima – si fa per dire – quantità: 122milioni di miliardi di Watt. DIECIMILA VOLTE PIU' DELL'ENERGIA PRODOTTA COL FOSSILE.

Ci basterebbe sfruttare 1/10 di tutta questa energia. Luciano Burderi assicura – dati alla mano – che le tecnologie esistono già: solo i pannelli solari ci darebbero mille volte l'energia prodotta oggi col fossile. Se per esempio si ricoprisse una superficie pari al 6% del Sahara di pannelli, risolveremmo per sempre il fabbisogno energetico mondiale. Il problema vero è che il solare è intermittente, (di notte manca) basta a fermarci? No, l'energia dai tempi della pila di Leida, può essere accumulata. Occorre una rete flessibile secondo lo schema ricevo-immagazzino-rilascio. Tutte le plusvalenze di energia che il singolo non consuma vengono accumulate e rilasciate la notte. In questo modo si fa concorrenza alle Sette Sorelle petrolifere. Si guadagna pure. Infatti lo stato attraverso i contatori calcola l'energia non consumata e accumulata dai nostri pannelli domestici. Burderi prende come esempio la Sardegna; suggerendo un programma politico concreto. Utilizzando strutture preesistenti, che nel lago Omodeo esistono dai tempi del fascismo. Funziona in modo semplice e per niente nuovo: tutta l'energia rilasciata non consumata viene usata per riempire con le pompe il lago di giorno. La notte la quantità di acqua pompata viene rilasciata azionando le turbine della centrale elettrica. I capitali che la Sardegna oggi spende per comprare energia dagli altri paesi, li investirebbe per finanziare i conti pubblici: ospedali, scuole e trasporti pubblici, (questi ultimi sono il futuro, visto che le auto ce le potremo scordare). In questo modo la Sardegna sarebbe la prima isola energeticamente autonoma.

Il contro di energie rinnovabili come l’eolico e il solare è che oggi sono molto diluite e, appunto, intermittenti. Tutto dipende non solo dal ciclo notte-giorno, ma anche dalle condizioni meteo. Nella rete elettrica non è possibile elargire energia in tempi casuali, per tanto sarà necessario investire nella ricerca di nuovi tipi di accumulatori più economici, che riducano questa intermittenza. Le eventuali spese per il loro impianto potrebbero benissimo essere compensate dalla fruizione di energia prodotta dalle singole case, o dalle pale eoliche. La filosofia è quella del pire to pire. Pago l’energia che consumo e guadagno su quella che produco. Il problema estetico delle pale eoliche può essere risolto invece costruendo gli impianti al largo delle coste. L’Enel aveva in progetto la costruzione di una piccola centrale eolica da 50 MWatt a sud delle coste siciliane, per esempio.

C’è una speranza anche per le automobili, ed è il bioetanolo, producibile da diversi tipi di vegetali, come la barbabietola, il mais, altri tipi di cereali e canna da zucchero. Già oggi è possibile diluirci la benzina, come previsto da alcune direttive europee. Inoltre esiste già la possibilità di produrre auto al bioetanolo. Il vantaggio non sarebbe solo economico ma anche ambientale; col bioetanolo, infatti, le emissioni di anidride carbonica di fatto non ci sarebbero, in quanto la CO2 emessa sarebbe quella precedentemente assorbita dalle piante con cui il carburante è stato prodotto. Un saldo pari a zero. Esiste anche il biodiesel, che si ottiene dalla lavorazione di oli vegetali ricavati da colza, soia, girasole, palma e alghe.

Per quanto possa sembrare melenso dirlo, la più potente fonte energetica siamo noi. Progettare case coibentate, fresche d’estate e che trattengono il calore d’inverno, ridurrebbe considerevolmente i consumi. Senza contare il grande potenziale di competenze che oggi rimangono inutilizzate: quelle dei giovani. Già l’eolico è considerato un settore competitivo. Una burocrazia meno cieca permetterebbe anche al fotovoltaico di diffondersi e, quindi, di creare nuovi posti di lavoro. Idem dicasi per il riciclo, che riducendo i rifiuti, riduce anche i costi per smaltirli: quindi il consumo di energia speso solo per questo.


1 un vegetale che può essere coltivato anche nelle regioni temperate

2 In particolare il problema della produzione e conservazione in larga scala di questo gas.

mercoledì 8 giugno 2011

Gli affari dell'atomo

Ritorna l'ipotesi nucleare in Italia




Il nucleare ritorna nell'attuale programma di governo. L'accordo siglato con i francesi nel 2009 dall'allora Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola, prevede la fornitura di tecnologie per la realizzazione di centrali nucleari di terza generazione in Italia, per regalarle energia a basso costo e per tagliare i consumi di petrolio. In poche parole, torniamo ai galeoni perché le navi costano troppo. In un paese normale la popolazione sarebbe insorta solo a sentirne parlare. Il governo ha invece concluso l'accordo senza interpellare la volontà popolare che già si era espressa al riguardo nel 1987. Certo, sono passati diversi anni, ma non sarebbe stato più lecito, come si confà in un paese civile, iniziare un percorso di discussione a livello parlamentare? Le alternative di fatto ci sono, ben più convenienti peraltro.

Questo tasto tocca profondamente la Sardegna già colpita dagli episodi delle armi all'uranio. Tocca la Sardegna perché è l'unica regione italiana - poveri noi! - geologicamente stabile, a ridotta densità abitativa e con un buon approvvigionamento idrico. Le zone sono già state individuate; si parla, soprattutto della piana di Santa Giusta, ma anche dei dintorni di Cagliari e della zona di Olbia. É paradossale che in Sardegna si produca più energia di quanta se ne consumi, quindi queste centrali verrebbero impiantate solo per produrre energia destinata all'esportazione. Se ci sono soldi da spendere, perché non lanciare politiche e incentivi destinati alla bioedilizia e alle fonti rinnovabili, riducendo progressivamente l'impiego di combustibili fossili?
Riguardo l'occupazione, i soliti noti farneticano su migliaia di posti di lavoro, che si verrebbero a creare in tali impianti. Semplicemente patetico, perché in seguito all'esito del referendum sul nucleare del 1987, sono sparite dalle università le facoltà che, fino a quel momento, avevano formato i tecnici destinati a far funzionare impianti simili. I lavoratori sardi, se accadesse ciò, sarebbero dei semplici manovali addetti alle mansioni più semplici e magari anche le più insidiose. I tecnici, i dirigenti verranno tutti da fuori, come è giusto che sia, perché provenienti da un logico percorso formativo. Basta ricordarsi, senza andare lontano, della misera fine che sta rimediando la petrolchimica, con le eterne vertenze nei vari poli di PortoVesme e Porto Torres.


Non dimentichiamo inoltre, l'impatto che avrebbero queste strutture sull'ambiente; una centrale nucleare ha un'elevata produzione di scorie, le pile di uranio una volta esaurite, oltre ad avere un costo di stoccaggio elevatissimo, rappresentano con la loro elevata radioattività una bomba ecologica grazie al quale l'inverno nucleare diverrebbe realtà. Inoltre la folta presenza nell'isola di pozzi minerari in disuso rappresenta anche un'ottima possibilità di stoccaggio delle scorie, pile di combustibile che emanano radioattività per periodi tra i 300 e il milione di anni. Solo allora potremo sapere se sono state stoccate correttamente... nel frattempo chissà. Poi per fare le cose per bene, oltre alla centrale ci vorrebbe anche un impianto di riprocessamento, ossia uno stabilimento in cui le pile esaurite vengono incamiciate in fusti metallici e a loro volta chiusi in casseri successivamente colmati di calcestruzzo, in dimensioni standard pronti per lo stoccaggio sotterraneo, a cui si deve arrivare per via stradale. Immaginate un tir carico sulle strade sarde, adatte più alle diligenze che a trasporti simili, basterebbe un gatto che attraversa la strada a provocare un disastro...



Come si spera tra l'altro di ridurre i costi delle bollette attraverso la costruzione di impianti che, tanto per dirne una, saranno già vecchi quando entreranno in servizio? Ad esempio l'unico reattore di terza generazione attualmente esistente, ubicato in Finlandia, venne autorizzato nel 2002, al costo di 3,2 miliardi di euro, attualmente siamo a quota 4,5 miliardi, il cantiere dovrebbe chiudersi nel 2012 salvo ulteriori imprevisti. Senza contare tutte le infrastrutture necessarie alla centrale, linee di comunicazione, elettriche e idriche, e gli enormi costi di stoccaggio di cui abbiamo già parlato. Inoltre l'uranio ha curiosamente visto – complice il cartello operato dalle multinazionali dell'arricchimento – un rialzo delle sue quotazioni. Il costo é passato dai 7 dollari a libbra (1 libbra =0.45 Kg) del 2001 ai 115 del 2010. Coloro che sono contro il nucleare sostengono che tale risorsa si dovrebbe esaurire entro il 2030, ma dall'altro lato il fronte favorevole sostiene che l'uranio sia invece abbondante ma sperso in migliaia di piccoli giacimenti. L'Italia dovrebbe comunque affidarsi alle importazioni con tutto ciò che ne consegue: i costi maggiori graverebbero, oltre che sull'estrazione data la particolare natura del metallo, anche dal complicato processo di arricchimento. Basti pensare che in media in una tonnellata di roccia ci sono tra 1 e 5 grammi di uranio. Una centrale nucleare necessita di 160 tonnellate di uranio all'anno, e parliamo di uranio arricchito, ossia in cui si sia elevato artificialmente il livello dell'isotopo U235. Ed è un procedimento, detto fluorizzazione, già sottoposto a cartello da 7 grandi multinazionali. E non stiamo parlando dell'OPEC. Col processo di arricchimento da 100 kg di uranio metallico si ottengono circa 12 kg di uranio arricchito e quasi 90 di uranio impoverito, che sappiamo già tutti a cosa serve, munizioni anticarro specialmente, efficacissime pur avendo costi irrisori. L'esplosione di questi proiettili crea il cosiddetto particolato di uranio, particelle altamente volatili che possono essere tranquillamente inalate o ingerite. Come se non bastasse tale materiale oltre alla radioattività è anche estremamente tossico, capace di provocare una grossa varietà di tumori, leucemia e malformazioni fetali.

Al tempo stesso in Italia non abbiamo una sufficiente cultura della sicurezza, come potrebbe essere altrimenti in una nazione che vanta cifre record di morti sul lavoro? Il pericolo concreto che su queste strutture possano arrivare i tentacoli dei Balducci e degli Anemone di turno ci farebbe dormire tranquilli? E' utile inoltre, riportare la notizia apparsa sul Fatto Quotidiano il 15 febbraio scorso, quando è venuto a galla un malfunzionamento congenito al circuito primario di raffreddamento nelle centrali francesi. Ciò sarebbe avvenuto in 34 delle 58 centrali d'oltralpe, oggetto di curiose recenti anomalie. All'atto pratico ci si scontra inoltre con il nonsense rappresentato da queste centrali di terza generazione, sicure e pulite. Inizieranno a costruirle nel 2013 ed entreranno in funzione che saranno già obsolete dopo, ottimisticamente, almeno dieci anni di lavori salvo imprevisti. Inoltre queste centrali richiedono enormi quantità d'acqua: in primo luogo per il raffreddamento del reattore e in seguito per lo stoccaggio temporaneo delle pile esaurite. Lo sanno anche i sassi che una contaminazione del ciclo dell'acqua significherebbe la contaminazione dell'intera catena alimentare, la fame quindi...

Una centrale da 1000 MW richiede per funzionare 2500000 Mc di acqua al giorno. Ne abbiamo davvero così tanta? Useremo quella di mare? Non hanno costruito i dissalatori ai tempi della crisi idrica perché costavano troppo, e ora li fanno per dissetare le centrali? Viene solo da farsi una domanda a questo punto: perché ricorrere a tutto questo, quando, specialmente in Sardegna, possediamo il più elevato tasso di irraggiamento solare, e la costante presenza del vento, che, alla luce dell'affaire Carboni, rappresenta un gran business, senza contare inoltre le possibilità offerte dalle centrali idroelettriche o quelle che sfruttano moto ondoso e correnti marine. A conti fatti le opzioni per produrre energia pulita e a basso costo non mancano, ciò che manca agli occhi dei nostri governanti è la ridotta possibilità di speculazione. Pensate solamente ad un elemento, il calcestruzzo; ce ne vogliono migliaia di tonnellate per erigere le centrali, esattamente come per il Ponte sullo Stretto, opera che si sussurra concepita per garantire alla mafia un business adeguato, fiumi di calcestruzzo, appalti da pilotare, rifiuti da gestire, insomma una pacchia per la criminalità organizzata.
In definitiva il 15 Maggio il popolo sardo verrà chiamato al referendum “consultivo” a decidere sul seguente quesito: "Sei contrario all'installazione in Sardegna di centrali nucleari e siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate e preesistenti?"

Ovviamente bisogna votare SI, potrebbe non bastare, è vero, ma chi non lotta ha già perso.
Il popolo italiano dal canto suo dovrà dire la sua il 12 e 13 giugno, riguardo nucleare e acqua pubblica.
Non ci sono più scuse, bisogna andare a votare anche se fosse il giorno di Natale, Capodanno e Pasqua messi insieme...

martedì 7 giugno 2011

Il salto nel buio di Santoro

Santoro potrebbe finire a La7. Una scelta di convenienza?




di Giovanni Pili

«Senza Gabanelli la Rai può chiudere», afferma Aldo Grasso sul Corriere. Cosa sarà invece di Santoro senza la Rai? Sono aperte trattative con La7 dove è probabile che il noto giornalista finirà. Si ricordi la vicenda di Daniele Luttazzi, il passaggio ad una rete come quella di La7 è un salto nel buio, e a quanto pare non garantisce protezioni superiori alla censura. Proprio il conflitto tra le servitù politiche dei dirigenti Rai e il fatturato che la rete riscuote grazie a Santoro era una garanzia, una botte di ferro. In questo modo invece si rischia di continuare a sentire i dibattiti appasionanti, che solo lui riusciva a creare - lasciando che i rappresentanti del governo si presentassero da sé - nei teatri. Poi magari ci scapperà anche un "non-scandalo", come quello capitato a Luttazzi.

Certo al Cda Rai non sarà sembrato vero; da sempre non perdono occasione per livellare la qualità della rete pubblica all'altezza di Mediaset. Nonostante i loro sforzi continuano imperterriti a lavorare personaggi sovversivi come Serena Dandini, Piero e Alberto Angela, Philippe Daverio, Enrico Ghezzi, Fabio Fazio, Riccardo Iacona, Bianca Berlinguer, Maurizio Mannoni, Giovanna Botteri, ovviamente Milena Gabanelli e tanti altri barbudos sconosciuti e non che lavorano assieme a loro ostinandosi di basare le loro carriere sui fatti, non sulle quote politiche o sulla triste confusione che passa tra democrazia e "ma in fondo hanno ragione un po' tutti".

lunedì 6 giugno 2011

Il Cimitero di Praga

Storie di storia e finzione




Il Cimitero di Praga chiude un cerchio – con la speranza che ne riapra uno nuovo – lungo trent’anni, seguendo un’evoluzione narrativa cominciata da Il Nome della Rosa. Il Capitan Simone Simonini è il nuovo protagonista cialtrone dei romanzi di Umberto Eco. Sì, proprio la cialtroneria è il filo conduttore di tutti i suoi romanzi, eccezion fatta per La Misteriosa Fiamma della Regina Loana, che è una parentesi 'psichedelica' all’interno del suo universo narrativo, fatto di sette e organizzazioni segrete immaginarie, che poi – a furia di parlarne – trascendono la realtà, diventando decisive a livello storico e sociale, più degli eventi reali.
"Sara vero?", è questa la domanda chiave che caratterizza tutte le sue storie. È questo anche il titolo di un saggio scritto da Errico Buonanno, edito dalla Einaudi, che potrebbe essere utilizzato come guida alla lettura dei romanzi di Eco.
Simonini, personaggio di fine ottocento, incontra personaggi realmente esistiti. Impara il mestiere di falsario dal notaio Rebaudengo (unico personaggio, assieme al protagonista, di fantasia) e scopre una regola fondamentale dello spionaggio: non importa se una notizia è vera, l’importante è che possa essere utile per ricattare e influenzare le scelte politiche ed economiche. Il luogo comune e i pregiudizi si fanno scienza, in un mondo dove gesuiti, sionisti e massoni si scambiano i ruoli di carnefici e vittime, attribuendosi l’un l’altro complotti e intrighi. Alla base di tutto sta l’odio verso le culture altre, viste come impure ed inferiori rispetto alla propria.
In questo crogiolo ottocentesco nasceranno le premesse dell’antisemitismo moderno; non a caso Eco fa redigere proprio a Simonini i Protocolli dei Savi di Sion. Uno dei più micidiali falsi storici mai prodotti. Il protagonista si potrebbe definire uno psicotico con difese nevrotiche: la sua personalità si sdoppia, sublima la pulsione sessuale attraverso il cibo e perde completamente la misura tra la realtà e i falsi che produce.
Si ripetono nel romanzo diversi temi cari all’autore: le società segrete vere, false o presunte tali, come i Rosacroce o gli Illuminati di Baviera, compaiono anche ne Il Pendolo di Foucault. In questo come in Baudolino, abbiamo la passione per i libri e la mania di fabbricare falsi storici a scopi politici, come i Diari del Prete Gianni o le finte teste di Giovanni Battista. Ne L’Isola del Giorno Prima abbiamo una esposizione di varie filosofie e credenze d’epoca, e una sorta di alter ego immaginario – il fratello del protagonista – che ricorda molto l’idiosincrasia vissuta dallo stesso Simonini. La monomania del cibo e le numerose ricette d’epoca dell’ultimo romanzo di Eco, sono uno dei tanti aspetti che costituiscono la firma dell’autore, che ricorre in tutti i suoi romanzi a digressioni costituite per lo più da elenchi di concetti alla rinfusa, che certamente suonano bene, ma portano spesso il lettore a saltare, passando al capoverso successivo.
Abbondano anche in La Misteriosa Fiamma della Regina Loana, che è anche un esempio di cosa Eco dovrebbe evitare di fare. Per esempio il fatto che, arrivati all’ottavo capitolo la storia ancora non vuol saperne di iniziare, le digressioni in molti suoi romanzi hanno lo stesso effetto degli elenchi spasmodici – stancano e ti portano a saltare le pagine – dando al lettore un messaggio antipatico: "Guardate quanto sono colto"; a parte questo i romanzi di Eco – di cui Il Cimitero di Praga costituisce una summa – sono un pugno nello stomaco al pregiudizio e all’egocentrismo di chi sente di avere la verità in tasca (cfr. Il Nome della Rosa) al punto da sentirsi legittimato a millantare credito e produrre falsi, in difesa della verità; il ché è contraddittorio, ma la storia reale è piena di personaggi simili.
Non a caso Eco ammonisce: "I Simonini sono realmente esistiti, e vivono ancora in mezzo a noi".

Visioni Aliene

L'ipotesi extraterrestre riscrive la storia




Molto in voga negli anni '70, tanto da scomodare la Scienza ufficiale, oggi più o meno relegata all'oleografia post-New Age, l'ipotesi extraterrestre continua a far discutere. Di che si tratta, in poche parole? Della possibilità che intelligenze aliene abbiano pilotato in modo invisibile l'evoluzione e il progresso umano, e continuino a farlo.
Non stiamo qui a cercare ragioni inconsce e/o metafisiche per cui l'uomo senta il bisogno di delegare le opere di 'costruzione' (lui, naturalmente votato a quelle di 'distruzione') a demiurghi più o meno tecnologizzati, è così da sempre. Vediamo alcuni esempi di intervento alieno nello sviluppo della Civiltà, così come i vari divulgatori e ufologi, dai pionieri Kolosimo, Von Däaniken e Sagan, ai moderni Malanga, hanno cercato di spiegare alcuni fatti inspiegabili, o poco spiegabili, della Storia. E partiamo proprio dalla Preistoria.
In diversi esempi di pitture rupestri risalenti a epoche collocabili dal Neolitico all'Età del Bronzo, i fautori dell'ipotesi extraterrestre hanno creduto di identificare figure di alieni, a testimonianza di un contatto in epoche lontanissime fra esploratori spaziali e nostri antenati. Fra le più interessanti, quelle di Ceto e Capo di Ponte, in provincia di Brescia, Kivik, in Svezia, Tassili, in Africa e Kimberley Ranges, in Australia.
Parlare degli interventi alieni nei confronti del mondo egizio richiederebbe pagine e pagine, tante e tali sono le teorie tese a dimostrare il diretto intervento degli extraterrestri nello sviluppo della prima grande civiltà della Storia. Basti pensare a come tutta la teogonia egizia sia impregnata di visioni cosmiche, e gli stessi dèi antrozoomorfi paiono il risultato di esperimenti sulle mutazioni genetiche. La stessa scrittura egizia - un insieme di simboli grafici che rappresentano concetti - potrebbe essere nata dal tentativo di comunicare con i mezzi più diretti e comuni (le immagini) fra due civiltà che non avevano un linguaggio, e forse nemmeno una struttura, o apparati anatomici fonetici simili. Tralasciamo le Piramidi, vera e propria fonte di un'agiografia extraterrestre che da sola ci porterebbe via tutto lo spazio disponibile.
Spostandoci più in avanti col tempo, e nella Storia, le civiltà precolombiane sono state oggetto di studio da parte dei fautori dell'ipotesi extraterrestre per decenni. Prendiamo ad esempio la celeberrima Pietra di Palenque, incisione tombale Maya del 600 d.c., rinvenuta nel Chiapas, che raffigurerebbe inequivocabilmente un astronauta che pilota un razzo. O la complessa struttura astronomica Inca, capace di predire, sulla base di calcoli complessi che non prevedono l'utilizzo di strumenti di misura e visione diretta degli astri, eventi cosmici e cosmologici per secoli e millenni a venire, chiaramente - dicono gli ufologi - insegnata loro da intelligenze aliene.
Per non parlare delle Linee di Nazca, una serie di 800 disegni che ricopre un altopiano del Perù per una cinquantina di chilometri, raffiguranti alcuni animali, tracciate fra il 300 a.c e il 500 d.c., e visibili solo dall'alto (vennero infatti scoperte solo nel 1927, quando gli aeroplani iniziarono a solcare i cieli). Perché furono tracciate, in quei remoti secoli? Chi, allora, era in grado di vederle, volando?
Rimanendo in campo di misteri astrofisici, spostiamoci in Africa, nel Mali, dove risiedono i Dogon, etnia tribale in possesso da millenni di conoscenze cosmiche che i moderni astronomi hanno scoperto soltanto da pochi decenni, con l'ausilio di attrezzature avanzate. Per esempio, i Dogon hanno sempre saputo che Sirio è una stella binaria, che la più piccola, Sirio B, invisibile a occhio nudo, si muove su un'orbita ellittica ed è formata da materia più pesante di Sirio A. Chi ha detto loro tutte queste cose?
Naturalmente, più una civiltà è misteriosa, con poche testimonianze a ricostruirne la storia, più diventa oggetto di ipotesi che sconfinano nella fantascienza. E arriviamo all'Isola di Pasqua. Per quanto piccolo, questo scoglio sperduto nel Pacifico, e politicamente parte del Cile, è stato oggetto di tanti studi, speculazioni, ipotesi da poter riempire la mitica Biblioteca di Alessandria. Solo pensare ai moai, le teste di pietra che accolgono chi arriva dal mare, immense, ieratiche, così... aliene, riempie la mente di visioni surreali, da altri mondi. Poi ci sono le Tavole Rongo Rongo, 26 tavolette piene di geroglifici, solo parzialmente decifrati, che trattano - sembra - di astronomia, e i cui disegni riporterebbero spesso figure di alieni intenti ad insegnare al misteriosissimo popolo dell'Isola, i segreti del calendario lunare. Fra l'altro, analogie coi geroglifici egizi avallerebbero l'ipotesi di un linguaggio esportato da una parte all'altra del globo, dagli alieni, naturalmente, visto che è ben difficilmente ipotizzabile un contatto diretto fra gli abitanti dell'Isola di Pasqua e i faraoni.
Calendari e osservatori astronomici di epoche antichissime costellano anche l'antica Britannia. Stonehenge, Avembury, le Isole Orcadi, con le loro strutture megalitiche sono, secondo i fautori dell'ipotesi extraterrestre, la dimostrazione di un contatto diretto fra uomo e alieno. E la suggestione che queste strutture continua a suscitare in chi cerca risposte disconnesse dall'esperienza materiale, sembra avvalorare l'ipotesi che, in quei luoghi, permanga un'aura proveniente da altri mondi.
Ovviamente nemmeno la Bibbia è immune dal tocco dell'alieno. Citatissimi almeno tre episodi dell'Antico Testamento che dimostrerebbero l'intervento di intelligenze extraterrestri nel normale andamento dell'attività del buon Dio: Giosuè che, prima, ferma il Sole (un'applicazione della Teoria della Relatività millenni prima che Einstein la teorizzasse, per bloccare il Tempo), poi abbatte le mura di Gerico con le sue trombe (naturalmente un'arma aliena che sfrutta gli ultrasuoni); il Carro di Fuoco di Ezechiele (ovviamente un'astronave extraterrestre capace di viaggiare nel tempo); la Scala di Giacobbe (nient'altro che la piattaforma d'entrata di un UFO).
Anche l'iconografia cristiana si presta a interpretazioni extraterrestri, a cominciare da quelle che vogliono il Cristo nient'altro che un alieno venuto a portare un messaggio di Pace in un mondo sul baratro (teoria con cui Heinlein ha mirabilmente giocato nel suo capolavoro Straniero in terra straniera), ai tanti quadri, affreschi, arazzi, sculture che, nei secoli, avrebbero rappresentato astronavi, alieni e quant'altro inseriti in rappresentazioni sacre, due per tutti, l'UFO nella Madonna di Foligno, di Raffaello e quelli nella Leggenda della vera Croce di Piero della Francesca.
Potremmo andare avanti ancora per molto, perché non abbiamo per nulla toccato la moderna ufologia, quella che, a partire da Roswell, arriva ai cerchi nel grano e X-Files, passando per Adamski e le adduzioni.
Magari ne parliamo un'altra volta, sempre che gli alieni non mi rapiscano.

La Cina dei cambiamenti

Dal socialismo reale al socialismo di mercato



di Andrea Pili

In Occidente si è generalmente concordi nell’avversare la Repubblica Popolare Cinese; i liberali, i moderati e la zona grigia guardano ad essa come uno stato autoritario e repressivo. Gli epigoni romantici del marxismo-leninismo vedono nella Cina di oggi il frutto del tradimento del maoismo, ovvero della retta via di un socialismo popolare ed egalitario.
È chiaro che l’opinione sulla Cina del XXI secolo sia viziata dalla memoria del maoismo. Infatti, pur non essendo un modello di democrazia o di giustizia sociale, è senz’altro vero che la Repubblica Popolare oggi si presenta meno autoritaria e crudele, così com’è meno povera e affamata rispetto all’epoca del socialismo reale. Altro luogo comune che va sfatato è quello che vede la Cina come un paese improvvisamente passato dal comunismo al neoliberalismo. Ebbene, se il paese della Grande Muraglia non è più comunista , non si può dire che sia neoliberista.
Il socialismo di mercato ha avuto un parto molto doloroso, essendo concepito dagli errori dell’economia maoista e dai crimini del Grande Timoniere. Infatti, Mao aveva sbagliato a causa del suo approccio totalmente idealista e fanatico ai problemi del paese.
Il simbolo del fallimento economico è il Grande Balzo in Avanti (1959-1962) in cui si è fatta l’industrializzazione del paese, persuadendo i contadini ad abbandonare i raccolti per costruire dei grandi altiforni siderurgici, danneggiando ulteriormente il sistema delle comunità agricole. A fronte di questo ci fu una grande carestia e il numero delle vittime si aggirerebbe intorno a 37 milioni.
All’epoca, un contadino viveva mediamente con sole 1500 calorie giornaliere. Le fabbriche erano rette da funzionari incompetenti provvisti di soli meriti ideologici. Il malcontento popolare – specie nei giovani – ed il progressivo eclissarsi di Mao dalle stanze del potere, costrinsero il grande leader a elaborare la Rivoluzione Culturale (1966–1976). Durante questa, le masse ideologizzate e fanatizzate dalle guardie rosse, furono scagliate contro i funzionari e gerarchi ritenuti responsabili della situazione critica del paese. In tale epoca il sistema della università e della ricerca fu praticamente distrutto, con i conseguenti danni economici che ben si possono immaginare.
All’inizio degli anni settanta, spinta anche dalla vicinanza ostile dell’Unione Sovietica, la Cina fu costretta ad aprire le relazioni con l’Occidente e a cercare il riconoscimento internazionale. Così, Chou En Lai organizzò la visita del presidente Nixon a Pechino nel 1971. Dopo questo incontro la Cina comunista si guadagnò il diritto di entrare a fare parte delle Nazioni Unite. Il suo seggio – fino ad allora – era riservato ai rivali di Taiwan.
Nel 1971 venne siglata la riapertura dei rapporti tra un grande paese dinamico e capofila della produzione economica mondiale ed un grande paese povero, i cui abitanti guadagnavano 31 dollari all’anno, e la cui alimentazione faceva spesso a meno della carne (nel 1976 solo 5 milioni di maiali e 12 milioni di polli venivano allevati). Quarant’anni dopo la Cina sorpasserà gli Stati Uniti come primo produttore mondiale.
Nel 1976 Mao Tze Tung muore. Si aprono nuovi scenari per la gestione del partito comunista. La testa del fanatismo maoista – la Banda dei Quattro – fu decapitata con uno spettacolare processo. Il cosiddetto 'deviazionista di destra' Deng Xiaoping, sino a poco tempo prima escluso dai ranghi del comando e costretto a fare l’operaio, ritornò in auge e alla fine degli anni ’70 divenne capace di controllare il Partito e lo Stato, pur essendo “solo” il capo di stato maggiore dell’esercito.
Deng si distingue da Mao a causa del suo pragmatismo, dalla sua capacità di uscire dall’ortodossa interpretazione maoista del marxismo-leninismo per adeguare il PCC alle esigenze della Cina. L’obiettivo era quello di far uscire il paese dalla crisi in cui le politiche di Mao l’avevano cacciato: solo così, pertanto, il Partito avrebbe conservato il potere. Per fare ciò era necessario scardinare le due costanti maoiste: le comuni agricole e l’anticapitalismo autarchico.


Nel 1978 il Quotidiano del Popolo si espresse a favore della creazione del profitto e della libertà d’arricchirsi; stesse aspirazioni erano comparse in molti dazebao1. Il passaggio dal comunismo all’economia di mercato doveva essere graduale, in tal modo Deng, dal 1979 al 1981, iniziò il cambiamento abolendo le comuni agricole. Le terre agricole rimangono proprietà dello stato, ma i contadini possono allevare privatamente, affittare terreni e vendere i prodotti coltivati sul mercato cittadino e anche allo stato.
Lo smantellamento delle comuni non è guidato dal potere centrale ma – in ossequio alla 'gradualità' – dalle autorità pubbliche locali. Furono create le ZES (Zone Economiche Speciali) per attirare gli investimenti stranieri. Sino agli anni ’90 sono state concesse terre alle industrie straniere senza sottoporle a regolamentazioni, per compiere in tali aree i primi esperimenti di capitalismo in Cina. La ZES più famosa è quella di Shenzhen, nel Guangdong, nata nel 1978 ed emblema del brutale sfruttamento a cui – per mezzo di fabbriche appaltate da multinazionali straniere – gli operai sono stati sottoposti in queste aree, comunque non diffuse in tutto il paese. Tuttavia, molti milioni di persone, grazie alle ZES, hanno cominciato ad accumulare denaro e a migliorare la propria condizione di vita. Utilizzate come un estrema necessità dalla fine degli anni ’90, queste zone si avviano ad essere trasformate in imprese industriali guidate dalle autorità locali. Il prezzo pagato è stato alto: 13 ore di lavoro giornaliero, diritti privati, danni all’ambiente.
Nel 1989, con la protesta studentesca di Piazza Tien An Men, parve che la 'democratizzazione' dei paesi comunisti dovesse investire anche la Cina. Il Partito Comunista andò invece avanti con la sua politica di riforme graduali e di conservazione del potere. La fine della protesta è cosa nota: la cosiddetta “Primavera di Pechino” fu repressa nel sangue e fu reso chiaro a tutti che la riforma economica non avrebbe portato ad un mutamento politico.
Tale evento segna bene la strada cinese rispetto a quella dell’Unione Sovietica e dei suoi satelliti. Le riforme politico-economiche di Gorbaciov provocarono la rinascita dei sentimenti nazionalistici e la richiesta di libertà individuali. I partiti comunisti furono incapaci di trattenere i propri popoli e si condannarono a morte. Ma la fine del comunismo non coincise né con l’avvento delle libertà politiche, né con la costituzione di un sistema economico più giusto. In Russia e in Polonia – ad esempio – lo stato si ritirò progressivamente dall’intervento in economia, fino a ridursi a guardiano delle multinazionali straniere o dei magnati locali. Si generarono altissimi tassi di disoccupazione e di povertà. Tutto ciò fu reso possibile perché la classe politica di questi paesi, buttato all’aria il socialismo, abbracciarono senza esitare i dettami del FMI (Fondo Monetario Internazionale) che portarono i propri paesi alla rovina.
Anche in Cina le multinazionali occidentali – come nell’est post-comunista – hanno ottenuto benefici dall’abbattimento del costo del lavoro (tanto che gran parte delle esportazioni cinesi è dovuto alle succursali cinesi di imprese straniere). C’è però una distinzione fondamentale: la gerarchia di Pechino comprese l’importanza del ruolo statale. Lo stato continuò a svolgere un ruolo fondamentale nell’economia cinese e si pose, nei confronti delle multinazionali, non come un servo, ma come socio. Il Fondo di Stato Cinese (Chinese Investment Corporation) ha investito 9,6milioni di dollari in grandi aziende quali: Apple, Coca Cola e Visa.2 Inoltre, il governo cinese non ha mai accettato di applicare le politiche del FMI, ma ha sempre agito indipendentemente. Oggi sappiamo che ha fatto bene. La Cina – grazie al ruolo dello stato, la cui importanza è ben radicata nell’identità nazionale dagli insegnamenti di Confucio, fino alla concezione maoista di uno stato al servizio del popolo – si è salvata dalle tre grandi tragedie economiche degli ultimi vent’anni (che, invece, non hanno risparmiato i paesi neo-liberali). La politica neo-liberale nell’est post-sovietico (72 milioni di persone sotto la soglia di povertà solo in Russia), la crisi asiatica (1997-98) e la crisi del 2008.


Le ultime due crisi – le più gravi della storia dopo quella del 1929 – non hanno toccato la Cina a causa di un'altra caratteristica fondamentale del socialismo di mercato: il controllo statale delle finanze. Mentre Thailandia, Indonesia, Malesia, Filippine e Sud Corea crollarono a causa dell’apertura sciagurata alla speculazione monetaria straniera, e l’Occidente (in particolare gli USA) dovettero inginocchiarsi a causa della deregolamentazione dei mercati finanziari, la Cina crebbe inesorabilmente fino a diventare – nel 2010 – il primo paese al mondo per PIL.
Il successo è innegabile: 400 milioni di cinesi sono usciti fuori dalla soglia di povertà; la Cina è il primo produttore siderurgico mondiale e il primo produttore al mondo di computer e telefoni cellulari. Rispetto all’epoca maoista si è raddoppiata la produzione agricola e si è notevolmente potenziato l’allevamento (nel 2006, 508 milioni di maiali e 13 miliardi di polli). Inoltre, l’Occidente è stato sorpassato nei rapporti commerciali con l’Africa: il suo paese guida – gli Stati Uniti – è indebitato con la Cina di 2500miliardi di dollari; lo studio nella Repubblica Popolare dura il 30% in più.
Tuttavia, la Cina di oggi ha un grande problema: la disuguaglianza. Questo è l’elemento più simile tra i cinesi e gli occidentali. Sotto Mao vi erano pochissimi privilegiati sopra una massa di poverissimi ed il rapporto dei guadagni tra cittadini e rurali era 1,8 su 1. Oggi, invece, c’è una forte diseguaglianza massificata: 200 milioni di benestanti e consumisti cittadini e 800 milioni di abitanti nelle campagne. Anche se tutti i cinesi stanno meglio e sono molto più ricchi rispetto a trent’anni fa, un pezzo di società è enormemente più in alto rispetto a un altro. Il rapporto dei guadagni tra un cittadino rurale è pari a 4 su 1. Come in Occidente, la diseguaglianza sociale ha generato delle inquietudini gravi nei soggetti più deboli che hanno abbandonato le campagne per le città.
Dall’altra parte, il popolo cinese sta conoscendo una certa vivacità politica, prima sconosciuta. Organizzazioni non governative – finanziate dallo Stato – svolgono una grande opera di assistenzialismo, specie in campo sanitario, dopo che il governo ha tolto tale sostegno e le pensioni. Inoltre, il governo comunista ha mostrato interesse alle rivendicazioni salariali e anche di essere in grado di far pressione sulle grandi aziende3: i salari operai sono aumentati – dal 2002 al 2008 – di circa il 10%, mentre nel luglio 2010 uno sciopero operaio si è concluso dopo che la Honda ha concesso aumenti salariali del 47%.
La Cina del 2011, pur con tanti difetti, sembra piuttosto aperta ad evolversi da sola. Il suo obiettivo principale è quello di diventare il principale produttore di energia verde. I progetti energetici sono stati blindati: solo banche cinesi – quindi solo i risparmi delle famiglie e delle imprese autoctone – possono finanziarli. C’è un grosso problema da affrontare però: l’inflazione, cui il primo ministro Wen Jiabao vuole rispondere con la rivalutazione dello Yuan. Inoltre, dopo sei anni il bilancio della Cina è tornato in rosso.
L’analisi del cambiamento cinese, e del suo successo economico, deve spingere l’Occidente a riconsiderare il ruolo economico dello stato, fin troppo vilipeso negli ultimi trent’anni dall’ideologia liberale imperante. Ma ci pone anche un grande interrogativo: il benessere sociale dipende dall’arricchimento dei singoli?




1 Manifesto o giornale murale scritto a mano, usato come strumento di propaganda o di denuncia politica dagli studenti cinesi durante la Rivoluzione culturale.
2 I profitti ricavati dalle partecipazioni sono stati utilizzati per progetti ambientali, energetici e sfruttamento delle materie prime, come i metalli rari.
3 Lo stesso non si può dire dei governi occidentali.